8 DICEMBRE '43, IL BOMBARDAMENTO DELLA ZECCA DELL'AQUILA

[size=16][b]La zecca dell'Aquila[/b][/size]
[color=darkblue][i][size=10]di ANDREA PARISSE[/size][/i][/color]

[b]L'AQUILA[/b]. Lunedì 8 dicembre 2008 è stato celebrato il 65° anniversario del bombardamento dello scalo ferroviario e dell’Officina carte e valori (Zecca dello Stato) dell’Aquila, in cui morirono 19 dipendenti dell’officina dei valori, 17 cittadini che si trovavano nella zona (due furono i dispersi) e 350 tra militari inglesi chiusi nei vagoni piombati di un treno e 150 tedeschi.

"Tra le alte dimostrazioni fatte a Luigi III D'Angiò (successore al trono di Giovanna II) dalla città dell'Aquila, scrive l'Antinori, vi fu quella di battere (coniar) moneta di rame misto ad argento, ed in essa si coniò una croce greca con un giglio destro superiore e con corona al di sopra, e nel rovescio un leone camminante e nell'altro piccola croce fra due rose e nel giro de Aquila".

Zecca
Giovanna II d'Angiò-Durazzo (1371-1435)

A prescindere dalla prosa piuttosto tortuosa dell'Antinori, resta il fatto che pressoché contemporaneamente, nel 1382, all'Aquila e a Sulmona, si batteva il bolognino, un sessantesimo di ducato, a cui, all'Aquila, si affiancava il quattrino, di valore doppio, mentre solo parecchio più tardi, ai tempi di Giovanna II, sarebbe venuta in uso la caratteristica cella aquilana, l'aquiletta del valore di un bolognino e mezzo.
Il Re Ladislao I, successore di Carlo II d'Ungheria sul trono di Napoli, emanò, il 27 Dicembre 1403, un bando con cui si proibiva ai bolognini di avere corso in Abruzzo essendo di cattiva lega. Bolognini che, insieme con i quattrini, si continuava a coniare all'Aquila, prodromo, il bando, della soppressione della zecca che si sarebbe registrata nel successivo anno 1404 e motivata con accuse di frode e falsità. La zecca tuttavia non avrebbe tardato a fare la sua riapparizione, ed anzi ad esordire con la cella ed a spingersi fino al mezzo carlino, un ventesimo di ducato.
Nel 1417 Ludovico Gaglioffi, della potente famiglia mercantile di S. Vittorino che contendeva ai Camponeschi il primato della città, e Nuccio della Fonte, che era stato, e rimaneva, con i Branconio, tra i promotori e protagonisti dell'introduzione in città dell'Osservanza francescana, ottenevano l'appalto della zecca per tre anni, senza asta pubblica, mediante la prestazione di 150 ducati annui.
La morte pressoché contemporanea di Giovanna II e Luigi III D'Angiò riarse la guerra di successione al trono, con Alfonso d'Aragona che riaffacciava le sue pretese dopo la sconfitta dell'Aquila contro la coppia angioina legittima e designata di Renato e Isabella.
In questo stato di cose non è meraviglia che Alfonso cercasse di circoscrivere o abbattere l'egemonia monopolistica dell'Aquila in ambito abruzzese sotto l'aspetto monetario.
Tuttavia neppure il Magnanimo dopo la vittoria definitiva del giugno 1442, fu in grado d'intaccare sostanzialmente il regime privilegiato che, soprattutto in campo fiscale, gli aquilani erano riusciti a strappare alla sempre più indebolita e vacillante coppia angioina.
Il 25 ottobre 1458, il nuovo sovrano Ferrante (Ferdinando I), successore di Alfonso D'Aragona, emanò un diploma a testimonianza di una sorte di rifondazione della zecca dell'Aquila, sulla base di un più stretto ed organico contatto sia col potere centrale che con la zecca napoletana.
Nei successivi 100 anni la zecca subì alterne vicende, la concorrenza di Chieti e Sulmona, chiusure e riaperture dovute in parte alla dominazione spagnola.
Le formidabili condizioni finanziare collegate col privilegio del 15 Marzo 1542 lo avrebbero fatto rimanere più che mai lettera morta anche in merito ad un possibile riapertura della zecca.
Venendo a tempi più recenti, l'8 dicembre 1943, ad un paio di mesi dall'armistizio e dalla liberazione di Mussolini a Campo Imperatore, l'Officina Carte Valori della Banca d'Italia all'Aquila fu bombardata. Bombardamento che, concentrato sull'Officina e sugli adiacenti impianti ferroviari, causò 16 morti ed oltre 30 feriti. Officina che divenne inutilizzabile a causa soprattutto della "sistematica e scientifica" opera dei guastatori tedeschi che resero vana ogni riparazione. Alla fine del 1944 le Officine furono trasferite di nuovo a Roma.
Per chiudere una curiosità: quando Hitler, nel settembre del 1943, occupò con le sue truppe L'Aquila, trovò ad attenderlo un inaspettato regalo da 13 miliardi di Lire dell'epoca. Il "tesoro" (circa 6 miliardi di Euro di oggi) che si trovava nel caveau della filiale della Banca d'Italia non era stato trasferito a Roma per problemi logistici e di sicurezza.

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